The sound of silence.

timeisgoneKill time. Lose track of time. Time heals every wound. Time dilatation. Lost in the mists of time. A race against time. Personal time. Atomic time. Clock time.

Time. Everything revolves around the notion of duration: our life; our death, the day we tasted for the first time the lips of a woman; the moment when we fell, the first step of our son, our first loss. We could represent our entire life on a Cartesian axis that goes from the instant x when we were born, to y in which we will cease to exist.

A single coordinate, the temporal one, and  a single ordinate, the factual one: no space for emotions, for what we have felt, for what we were, for what we have seen. Because time erases everything and overwhelms without leaving any trace.

Let the pain go away. Let the anger go away. Let go the thought of what we were and … we will forget. We will forget the present and the future. We will forget Paris and New York. We will forget Damascus. We will forget.

So the desire to not forget pushes us to act: an  instant, impulsive  and unnecessary action.

In the logic of chasing time, we move ahead and, this time, there is not enough time to cry.

I took down from my shelves my Iliad; I flow through these pages soiled of my notes: the time has faded them without softening the words. I find Hector dead and torn to shreds. I see Achilles attacking the valiant Trojan’s body. I see Priam begging Achilles and I suddenly arrive at the point where the war, The War, The Trojan War stops.

At least for one moment the war would stop to mourn and honor the victims. Nine days of truce. Nine… to grant to one man the respect deserved by his people.

Today, no truce. Time to act. Time of redemption. The word time is followed by the doing, in the angst to make turmoil and movement. An ancestral savoir faire made in  Italy: let’s create a noise.

I would like to moralize but I am not in the position to do it. I would say where the right is and where the wrong is, but my value system belongs to me only. I would… but I cannot.

So I acknowledge. I acknowledge the degradation of tradition. The vulgarity of speaking and screaming. The falsehood of words. The falsehood of brotherhood in the mouth of men so far from each other. What a lack of education! When facing death we shout, others insult, whereas we should only bow our heads. We should cry, because death makes us cry now and not tomorrow, tomorrow… do you still remember?  Tomorrow, we forget.

Shh! Silence please. Shhh… silence please!

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Il suono del silenzio

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Ammazzare il tempo. Ingannare il tempo. Perdere la nozione del tempo. Il tempo è denaro. Il tempo risana ogni piaga.  Il tempo è galantuomo. Il tempo spazializzato. Il tempo relativo. La dilatazione del tempo. Il tempo proprio. Il tempo locale. La reversibilità del tempo. Chi ha tempo non aspetti tempo.

Il tempo. Tutto ruota intorno alla nozione di durata: la nostra vita; la nostra morte, il giorno in cui abbiamo assaporato per la prima volta le labbra di una donna; l’attimo in cui siamo caduti, il primo passo di nostro figlio, la nostra prima perdita. Potremmo scrivere tutta la nostra vita all’interno di un asse cartesiano che va dall’istante x in cui siamo nati a quello y in cui cesseremo di esistere.

Un’unica ascissa, quella temporale, e un’unica ordinata quella fattuale: nessuno spazio per le emozioni, per quello che abbiamo sentito, per quello che eravamo, per ciò che abbiamo visto. Perché il tempo cancella tutto e travolge senza lasciar traccia.

Lascia via il dolore. Lascia andare via la collera. Lascia andare via il pensiero di ciò che eravamo e…dimenticheremo. Dimenticheremo l’oggi e il domani. Dimenticheremo Parigi e New York. Dimenticheremo Damasco. Dimenticheremo.

La voglia di non dimenticare allora spinge all’azione: istantanea, impulsiva, inutile.

Nella logica di rincorrere il tempo, passiamo oltre e non c’è tempo questa volta per piangere.

Riprendo in mano l’Iliade; scorro queste pagine segnate dalle mie annotazioni: il tempo le ha scolorite senza ammorbidirne le parole. Trovo Ettore morto e dilaniato. Vedo Achille assalire il corpo del valoroso troiano. Vedo Priamo implorare il Pelide e arrivo al punto in cui la guerra, La guerra, La Guerra di Troia si ferma.

Almeno per un momento bisognava smettere di lottare per piangere e onorare la vittima. Nove giorni di tregua. Nove… per concedere ad un solo uomo il rispetto meritato da un popolo.

Oggi, nessuna tregua. Il tempo di agire. Il tempo del riscatto. La parola tempo seguita dal fare, nell’ansia di creare tumulto e movimento. Un savoir faire ancestrale di marchio italiano: buttiamola in caciara.

Vorrei fare della morale e non me ne sento all’altezza. Vorrei dire dov’è il giusto e dov’è lo sbagliato, ma il mio sistema di valori mi appartiene. Vorrei… ma non posso.

Constato allora. Constato il degradamento della tradizione. La volgarità del parlare e del gridare. La menzogna della parola. La mensogna della fratellanza in bocca a uomini distanti. Quale mancanza di educazione! Di fronte alla morte gridiamo, alcuni insultano, mentre bisognerebbe abbassare la testa. Piangere, perché la morte fa piangere ora e non domani, domani… vi ricordate? Domani dimenticheremo.

Shhh…silenzio. Shhh…silenzio.

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Il libro della giungla: il racconto di cinque giorni nel Borneo indonesiano


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Quanti giorni alla settimana lavori Dodi?

7/7. Nessun riposo: finisco un tour e ne inizio un altro.

Vai mai in vacanza?

Vacanze?

Queste è vacanza: conoscere nuove persone, imparare nuovi modi di dire, nuove lingue, nuove parole. Queste sono le mie vacanze: parlare con la gente e guardare lo spettacolo che mi passa sotto gli occhi.

 

_HAN0453Dodi è un trentatreenne di Kumai, piccolo villaggio dell’isola di Kalimantan – Indonesia- da dove partono i tour in
kotlok – imbarcazione fluviale che deve il suo nome al tipico rumore del motore…kot, kot, kot- per il Tanjing National Park. È un tipo buffo, un arrampicatore sociale che da mozzo è diventato prima cuoco e poi guida; il suo sogno nel cassetto è aprire un’agenzia turistica. Perché? Perché la giungla se ci sei nato, a volte annoia. Niente scuola per Dodi – come Dodi Alfayed, ma io sono solo una guida, cit. L’unica palestra è la barca. Assorbire a più non posso. Guardare. Ascoltare in silenzio. Apprendere parole, poi frasi ed espressioni sempre più elaborate. È la vita che ha fatto di Dodi una guida. All’inizio il suo inglese è ruggine per noi, poi il ghiaccio si scioglie e la barriera si annulla. Sarà questo piccolo uomo di un metro e sessanta a tenerci compagnia per cinque giorni nel Borneo indonesiano. Ci accompagnerà senza scarpe – wild shoes, come diceva lui- a camminare nella giungla; ci mostrerà gli animali nascosti fra gli alberi con il sorriso e la sua immancabile sigaretta, unico vizio di tanti indonesiani.

Enjoy the movie.

What do you think?

And now…what do you think?

_HAN0771Vorrei saper rispondere a Dodi con qualcosa di meno banale, ma dalla mia bocca esce il solito amazing, faboulous, extraordinary, nice, very nice, cool, very cool. Cosa posso dire a quest’uomo quando guardo me stesso camminare fra gli alti alberi orientali osservando coloratissime farfalle sfiorarmi il naso. Non ho parole quando in lontananza le fronde iniziano ad ondeggiare e la luce a penetrare a poco a poco; sintomo che un simpatico orango selvatico sta per arrivare. Vedo il suo piccoletto arrampicarsi goffamente sul corpo della mamma, con quella pelliccia sbarazzina che si solleva dalla testa.

Nella giungla impari a riconoscere i rumori: niente si muove per caso. Un ramo che scricchiola, una foglia che cade: qui il caos è rigore e armonia. Tutto è collegato. Ogni cosa ha il suo posto. La giungla è rumore; è frastuono e il concerto cambia a ogni ora. La mattina c’è il gibbone a svegliarti; poi è il turno degli uccelli di fiume e dei macachi: cicale strazianti, i salti dei pesci predatori, il verso nasale della scimmia proboscidata, le urla dei macachi.

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Attraversavamo il fiume lentamente seguendo il lento declinare del giorno. Impossibile dormire oltre le 5 del mattino e non chiudere gli occhi oltre le 19 di sera. Il ritmo della natura scandiva le giornate. Niente connessione; niente elettricità; poca luce per non attirare gli insetti; bagni spartani; no acqua corrente; no cellulari. Te stesso. Noi. La macchina fotografica. Il grande film della natura. Qui l’entertainment è il live streaming del National Geographic.

_HAN0484È difficile riposare. Azzardato. Chiudere gli occhi può equivalere a perdere l’avvistamento di un animale raro. Mi attrezzo con lo zoom e la macchina fotografica sempre a portata di mano. A volte vorrei solo guardare, scattare fotografie mentali: godermi il momento. È così che vediamo serpenti fare a gara attraversando il fiume; vediamo scimmie proboscidate, macachi bianchi e neri, coccodrilli e varani, tarantole, insetti di vario tipo, tarsi, coloratissimi uccelli. È così che scendendo dalla barca e inoltrandoci nella foresta incrociamo un giovane orango femmina appollaiato sul cammino. Ci avviciniamo; timidamente vogliamo toccarlo: stringiamo le sue mani che s’intrecciano alle nostre. Tutto potrebbe finire ora, tanto è stupendo quel momento.

I gibboni ci sorvolano acrobaticamente. Chissà quante cose i nostri occhi non stanno vedendo, ma va bene così. La parzialità è la risorsa più preziosa del turista. Ci spostiamo da un campo all’altro; osserviamo il lavoro dei ranger e percepiamo il docile e fragilissimo equilibrio in cui questo ecosistema si trova: piantagioni di palme per l’estrazione dell’olio, deforestazione arrogante e cambiamenti climatici minacciano la vita della foresta vergine. Qui è vero: basta un battito d’ali di una libellula e il tifone arriva pronto a debellare quello che l’evoluzione ha costruito.

_HAN0371Se di giorno il sole illumina la foresta, la notte la popola: è un cambio di guardia che inizia verso il crepuscolo. Gli
oranghi sono i primi a rintanarsi, vanno a costruirsi un comodo giaciglio sugli alberi. Poi è il turno delle scimmie proboscidate: guadagnano rapidamente le cime lungo le sponde del fiume, dove da lì si sentono al riparo. Ora è il turno degli insetti, delle rane, dei serpenti, dei pipistrelli e degli uccelli notturni, è il momento delle tarantole e dei felini predatori.

 

_HAN1235La giungla si rinfoltisce di questa popolazione notturna. Noi scivoliamo lentamente alla ricerca di un’ansa dove passare la notte. Non c’è più luce: klot, klot, klot, klot… il rumore del motore non ci abbandona mai. Il capitano sbuca dalla sua tana per guardare meglio il fiume: intona una melodia tradizionale. Sorgono le stelle e scivolano sui rami delle palme illuminate da migliaia di lucciole. Ci sediamo a prua osservando questo spettacolo in silenzio: possiamo piangere, ora. Possiamo ridere, ora. Possiamo tornare a casa con l’idea che Dio o chi per lui, qui, in questi posti, ha saputo dipingere un quadro meraviglioso. Ma è già giorno, siamo di nuovo nella polvere, nel lercio, nel rumore assordante, nel ritmo occidentale.

I ricordi si affievoliranno. Non importa se fra dieci anni potremo ancora raccontare perfettamente il giorno 1 e il giorno 5, perché nessun abile poeta o romanziere sarà mai capace di trasmettere le emozioni che abbiamo vissuto tacitamente, con gli occhi lucidi, contemplando la sola vera bellezza esistente: la misteriosa semplice complessità di madre natura.

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novembre 23, 2014 · 7:22 pm

The jungle life: a tale of five days in Indonesian Borneo

_HAN0163How much do you work?
24/7. No rest: I finish a tour and start a new one.
Do you ever go on holydays?
Holydays?
These are holydays: meeting new people, learning new words and languages. These are my holydays: speaking with people and watching the movie playing in front of me.

Dodi is a thirty years old man from Kumai, a small village on the island of KalimantanIndonesia– where the klotok tours for the Tanjing National Park start. The klotok is a river ship called after the noise of its engine…klot, klot, klot. He is a weird guy. He is a social climber. He started as a cleaner on the boat, then he became a cook and, at last, a guide. His dream is to open a travel agency. Why? Because the jungle,thif you are born within it, can become boring. Dodi didn’t go to school – What’s your name? Dodi, like Dodi Alfayed…but I’m just a guide. The boat is Dodi’s gym: the book is oral. The objectives are to absorb the most, to watch, to listen silently. You start by learning new words, then sentences and then more and more complicated patterns. Life has made Dodi a guide.

When we met him the first time, his English was an unknown to us but it soon got better. It was this small man of about 5 feet tall that kept us good company during five days in the Indonesian Borneo. He led us without shoes – wild shoes, as he said- to walk in the jungle. He showed us hidden animals in the trees: always with a smile on his face and with his inevitable cigarette.

Enjoy the movie.

What do you think?

And now…what do you ink?

_HAN0771I would like to answer you differently, Dodi, with something less obvious but from my mouth the usual amazing, fabulous, extraordinary, nice, very nice, cool, very cool will come out. What should I say as I follow uncharted paths between high trees and observe very colorful butterflies brush against my nose. I cannot find any words when in the distance the leafy branches start to flutter and light starts to soak inch by inch: this is the sign that a nice, wild orangutan is coming. I see his little baby climb clumsily on the body of his mom, with his breezy pelt that comes of his little head.

I_HAN0371n the jungle, you learn to recognize noises: nothing happens by chance. The creaking of trees, the falling of leafs: in the jungle chaos is rigor and harmony. Everything is linked. Everything has its own place. The jungle is noise and the concertchanges at every moment of the day. In the morning, you wake up with the gibbon’s alarm, then it’s the turn of river birds and macaques: ghastly cicadas, predators fishing, the nasal call of proboscis monkeys, the yell of apes.

_HAN0484We passed slowly through the river, following the slowly decline of the day. It was impossible to sleep after 5 a.m. and not close your eyes around 7 p.m. Our days followed the rhythm of nature. No connection, no electricity: just a little flash light not to attract insects; simple restrooms; no running water; no smartphones. Yourself. Themselves. A camera. The great movie of the nature. “Hello People! Here the entertainment is the live streaming of the National Geographic Channel”. It is hard to take a nap. Too risky. By closing your eyes you might miss the sight of a wild animal. Equipped with a big zoom, the camera is always in my hands. But…sometimes…I would like to watch, just watch and take mental pictures. I would like to enjoy the moment, just the moment.

_HAN0626In this movie we saw snakes race to conquer the other bank; we saw proboscis monkeys, white and black macaques, crocodiles, varanus, tarantulas, strange insects, tarsiers, colored birds. After getting off the boat and entering in the deep jungle we met a young orangutan on our path. We approached her shyly. We      wanted to touch her: we shook her hands. Everything could have ended there, just there, because the moment is deeply wonderful.

_HAN1235Gibbons fly above our heads like circus acrobats. Who knows – I think- how much our eyes aren’t seeing…but it is ok. The partiality is the best resource of tourists. We move from a camp to another. You can feel the docile and fragile balance of this ecosystem: palms’ plantations, arrogant deforestation, and worrisome climates’ changes menace virgin forest’s life. Here it is true: the beating of wings of a butterfly is felt instantly across the world. A typhoon is coming; it is ready to cancel what the evolution built.

_HAN1305

If during the day the sun lightens up each inch of the jungle, the night brings it to life: it is a change of guard that starts towards the sunset. First orangutans who start building a confortable bedding on trees. Then, it is the turn of proboscis monkeys: they earn rapidly the highest peaks along the banks, where they can feel protected from predators. At night, it is the time of insects, frogs, snakes, bats, and nocturnal birds. It is the moment of tarantulas and felines.

_HAN0453The jungle thickens of this nocturnal population. We glide slowly on the river looking for a quiet place where to spend the night. There is no more light: klot, klot, klot, klot, klot…the engine’s noise never abandons us. The captain springs out his den to better observe the water: he intones a traditional melody that merges with nature. Stars riseand slide on palms’ branches glittered by thousands of fireflies. We sit at the bow watching silently this amazing live show. We can cry. We can laugh. Now, we can go back with the holy idea that God, here, in these places, has managed to paint a wonderful masterpiece. But it is already bright. We are again in the dust, in the filthy, in the thunderous noise, in the western cadence.

Memories will vanish like watercolors. It does not matter if in 10 years time we will still be able to perfectly describe day 1 and day 5. It does not matter because not even the best poet or novelist will be able to transmit the emotions that we experienced silently, with tears in our eyes, while contemplating the only true beauty: The mysterious and simple complexity of mother nature.

 

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My World Cup memories

 

baggio-italy21994, my first World Cup memory, the golden age of Roberto Baggio. Actually, I remember  something even older… I have a mental picture of a set of keys in my grandmother’s front door with a keychain shape of Italy ’90. I was a year and a half old, it’s hard to say if it’s something that I have built a posteriori, a fictitious memory, or if it’s true reality but what might be true, can still be faked by our mind. In any case, a memory not lived, but nevertheless felt, has the same weight as a lived experience. If the magic nights of Italy ’90 are my first football memory, the second one is a toy, a mouse wearing Inter’s jersey on the shelf of Mario the barber: then, over the years, memories built up.

The poster of the UEFA Cup won by Inter in 1998: Ivan Zamorano, Luiz Rosario Deinter-uefa-98 Lima  Ronaldo, Djorkaeff, a young Andrea Pirlo, sold too soon to the Rossoneri cousins​​; then France 1998, magazines that my parents bought me, the poster of the Azzurri, Del Piero, Vieri, Baggio, Pagliuca .. and the mockery of the penalties lost against France with Barthez, Zizou, Henry, Trezeguet. Euro 2000 and the magical evening of Toldo in the extraordinary match against Netherlands and Trezeguet’s golden goal. 

index

Korea 2002, yes, everyone will think about the referee Byron Moreno, the anti-hero of the quarterfinal, but I remember the middle school exams, my father at work, the goal during a test, and us, Mom, Paola and Chicca in my room: turn on the TV! A bright 42-inch (when 42-inch was a big deal), Italy and Mexico, early afternoon, ending 1-1 and my sister screaming for a non goal. Above all, I remember the great Turkey of Okan, Hakan Sukur, Hasan as, Emre (the guy of the lob at the middle of the field during Lazio-Inter).

 

 Germany, 2006: Calciopoli,  the era of the big turbulence in the Italian soccer.  We started off with10531270_10203478799984849_1821128256_n just a little hope at the beginning of the competition and nothing more. These memories are legendary: I was a teenager, I had just met Gio and it was a period of epic evenings enjoyed with friends, the celebrations that never end (a time when celebrating was a moral duty that was more important than the game itself). At every turn we found new ways to celebrate: my scooter hosting unthinkable loads; underwear wore on top of pants (white, red and green underwear as shown in a picture that still runs on the web) and then, the greatest of all, the famous red Punto that kept accepting new passengers match after match. The flamboyant Punto, led by my father -a skillful boatman of fools,  became the base from which we started our water guns war: our original idea was soon imitated by everybody. At the final against France, we were at Renato’s place: a nightmare atmosphere, the jump in the pool after Grosso scored the last penalty, then we ran riding our scooters and from there directly to attack Nettuno’s streets: shirtless, joyful, in 18 on 4 wheels endured by our ecstasy. And after few days,  the capitulation: I crashed with my loved Majestic 125, a very bad joke played by two French people unable of reading the STOP sign.

Let’s face it: Italy in 2006 wasn’t good, we all knew it but nobody wanted to say it: we had won; in football this is enough. Then 2010, a bad year for the national team, but less bad for Inter supporters. We remember clearly the historical triplete and Mourinho’s hug to  Marco Materazzi. 

super-mario-balotelli-euro-2012-originalEuro 2012, the first competition lived out of my beloved Italy … base of operations: Harper’s Pub, a quiet place that during the magic nights of football turns into a mass of Italian immigrants guided by Mattias the ultras, a fascist from Ticino with Italian origins with whom we became friends. We reached the semifinal and won heroically our enemy of always. Luckily we celebrated dancing the qua qua dance at Saint François square in Lausanne. I finally discovered how a ball scored by Mario Balotelli can make you regress to a state of mind comparable to that in early childhood. 

Brazil 2014: expectations…many, results…few. I did a tour de force between work starting early in il-brasile-cade-ancora-sconfitta-3-0-con-lolanda_1_bigthe morning, Vo-Vietnam and matches; I was looking for the challenge that makes your hair straight, to add it to my football memories … I tried to watch almost all the matches to find something close to my mother’s stories about  Bruno Conti’s raids, about Paolo Rossi, the hero of the Mundial, about Sandro Pertini that showed  Italians how a president can support a team; to this I must add my father stories about Italy-Germany 4-3, the team that surrendered only in front of Brazil…Pelè’s Brazil. 

Maybe it’s because at 25 years old what is epic ends and you start to look at football through the eyes of a man that is looking for something, but he still hasn’t found it: what I look for is the emotion, the passion, the fight. I look for  Brazil who made the world dream, I look for the Messi of Barcelona, ​​I look for Italy suffering but winning, I look for the show, I look for the competitive nastiness, I look for things to tell to my children and I find disillusionment, I find calculations, I find strategies, I find frightened men, I find the difficulty to know how to lose and how to win. I find the maturity of who knows how to observe and understand and who is now barely able to easily jump on the plane of the irrational emotions.

 

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Ricordi Mondiali

baggio-italy21994, primo ricordo Mondiale, la nazionale di Baggio. Anche se ho una diapositiva mentale del portone di casa di mia nonna e di un portachiavi con il logo di Italia ’90. Avevo un anno e mezzo: è difficile dire se è qualcosa che ho ricostruito a posteriori, un ricordo fittizio, o se è vera realtà; ma ciò che può essere vero, può anche essere irreale e un ricordo non vissuto, ma tuttavia sentito nell’anima ha lo stesso peso di un’esperienza provata. Le notti magiche di Italia ’90 sono il mio primo ricordo calcistico; il Topo Gigio con la maglia dell’Inter su una mensola di Mario il barbiere è il secondo: poi negli anni se ne sono accumulati altri.

inter-uefa-98Il poster della coppa UEFA vinta nel ’98 dall’Inter: Ivan Zamorano, Luiz Rosario De Lima Ronaldo, Djorkaeff, un giovanissimo Andrea Pirlo troppo pesto donato ai cugini rossoneri; poi Francia 1998, i periodici che i miei genitori mi compravano, il poster della nazionale: Del Piero, Vieri, Baggio, Pagliuca…e la beffa dei rigori ai quarti contro la Francia di Barthez, Zizou, Henry, Trezeguet. Euro 2000 e la magica serata di Toldo nella storica partita contro l’Olanda e il golden goal di Trezeguet.

indexCorea 2002, sì, tutti penserete a Byron Moreno, l’antieroe dei quarti di finale, ma io ricordo gli esami  delle scuole medie, mio padre a lavoro, i goal durante una prova d’esame, e noi quattro, Mamma, Paola e Chicca nella mia stanza: il televisore a palla, un 42 pollici fiammante, quando i 42 pollici erano roba da snob. Italia-Messico, primo pomeriggio, 1-1 e mia sorella che grida al goal sull’esterno della rete. Ricordo soprattutto la grande Turchia di Okan, Hakan Sukur, Hasan Sas, Emre (quello del pallonetto a centrocampo in Lazio-Inter).

Germania 2006: Calciopoli, l’Italia del pallone in subbuglio. Poche le speranze 10531270_10203478799984849_1821128256_nalla partenza. Lì i ricordi sono mitici: era il tempo dell’adolescenza, dei primi mesi passati con Gio e delle serate epiche con gli amici; i festeggiamenti alla più non posso, quando festeggiare era un dovere morale che valeva più della partita in sé. Si inventavano nuove esultanze ogni volta: gli scooter arrivavano ad ospitare carichi insopportabili; le mutande coprivano i pantaloni: bianche rosse e verdi in una foto che circola ancora sul web…finché trovammo la chiave di volta: la storica Punto rossa decappottabile che ogni volta scopriva dei nuovi passeggeri. La punto sgargiante guidata da mio padre, abile traghettatore di folli, diventava la base di lancio da cui facevamo partire le nostre mitragliate d’acqua: quella fu una trovata geniale, imitata a più non posso. Fino alla finale contro la Francia, a casa di Renato…l’atmosfera da incubo, il tuffo in piscina dopo il rigore di Grosso per poi correre in sella ai nostri motorini e da lì in macchina per affrontare le vie di Nettuno a torso nudo, gaudenti, in 18 su 4 ruote provate dalla gioia. E dopo una settimana la capitolazione: l’incidente con il mio amato Majestic 125, la beffa: al volante due francesi che si sono persi, incapaci di fermarsi allo stop.

Diciamocelo: l’Italia del 2006 non era bella, lo sapevamo tutti; nessuno voleva dirlo. Avevamo vinto e nel calcio è sufficiente. Poi il 2010, anno infausto per la nazionale, anche se noi interisti lo ricordiamo con piacere quello storico triplete, con quel Mourinho singhiozzante abbracciato al tenero Golia, Marco Materazzi.

super-mario-balotelli-euro-2012-originalEuro 2012, la prima competizione vissuta fuori dalla mia amata Italia…base operativa: Harper’s Pub, un locale tranquillo che durante le notti magiche si trasforma in un covo di emigranti italiani capitanati da l’ultras Mattias, un fascista ticinese di origini italiane con cui stringiamo amicizia. Si arriva in semifinale. Si batte stoicamente la nemica di sempre. Fortunatamente si festeggia: ballo del qua qua a Losanna e scopri  quanto una doppietta infilata da Mario Balotelli possa farti regredire ad uno stato mentale degno della prima infanzia.

Brasile 2014: le aspettative, tante, e i risultati, pochi. Si fa il tour de force fra il-brasile-cade-ancora-sconfitta-3-0-con-lolanda_1_biglavoro la mattina presto, Vo Vietnam e partite; ne perdo poche, cerco la sfida che mi faccia rizzare i peli, che possa entrare nella mia memoria calcistica…mi sforzo a vedere quasi tutte le partite e la nostalgia per i racconti materni sulle scorribande di Bruno Conti sulla fascia, su Paolo Rossi eroe del Mundial, su Sandro Pertini che insegna agli italiani come un presidente tifa la Nazionale; a questi si sommano quelli dei racconti paterni su Italia-Germania 4-3, per poi capitolare in finale contro il Brasile, sì…ma il Brasile di Pelè.

Forse è perché a 25 anni l’epica finisce e inizia la storia che ormai osservo il calcio con lo sguardo di chi cerca qualcosa    : cerco l’emozione, la passione, la lotta. Cerco il Brasile che ha fatto sognare il mondo, cerco Messi del Barcellona, cerco l’Italia sofferente, catenacciara, ma vincente; cerco lo spettacolo, cerco la cattiveria agonistica, cerco cose da raccontare ai miei figli. Trovo disillusione, trovo calcoli, trovo strategie, trovo paura di esporsi, trovo la difficoltà di saper perdere e vincere. Trovo la maturità di chi sa osservare e capire ed è ormai quasi incapace di saltare facilmente sul piano dell’emozione irrazionale.

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Gli invisibili: il viaggio in treno di un indiano in Italia

In lontananza un fischio. La via ferrata è sporca, le facce stanche. L’annuncio del megafono è sempre lento, è sempre in ritardo. Fateen ricorda i tempi della grande Indian Railwails: i treni viaggiavano senza orari, porte aperte, ci si azzuffava per prendere un posto, ma quella era l’India. Si partiva tutti insieme la mattina e si ritornava al calar del sole. Poi il sogno italiano viaggiando per tutta l’Asia direzone Italia. Raheem era stato il primo ad arrivare e via via aveva portato con sé tutta la sua India: la giovane Vanamala, sposata e lasciata in Punjab in attesa del visto,  la piccola Bijli e suo fratello Fateen. In India i tempi della diversità erano finiti e in occidente si era combattuto per i negri al potere, si cominciava ad accettare gli omosessuali un po’ ovunque e poi l’Italia… quelli avevano popolato mezzo mondo, erano sbarcati in America come morti di fame e da lì avevano costruito imperi legali e illegali. Erano andati in Argentina, Germania. Gli italiani erano nel mondo figuriamoci se si facevano problemi ad accettare i fratelli indiani. Fateen non sapeva che in Italia si era smarrita da tempo un’idendità comune e in assenza di simboli e valori in cui identificarsi si guardavano gli altri con disprezzo, paura e odio. Quasi quindici anni erano passati da quando aveva preso quell’aereo da Chandigarh per Delhi e poi Delhi-Roma. Non aveva mai viaggiato, non sapeva cosa fosse un aeroplano visto solo dal basso riportare i suoi amici a casa con soldi, anelli d’oro e vestiti lucenti. Non sapeva cosa ci fosse in Italia, ma sapeva che da lì arrivava la ricchezza. Non bisognava conoscere altro, nessuno gli aveva detto altro.

Il sole picchiava, un’ora di ritardo… sarei potuto restare un’altra ora a lavoro, beh due euro in più, con il cambio di oggi sono circa 150 rupie…vabbè non ne potevo sapere nulla. Guarda come sono ridotto, ho la terra che mi riempie le mutande e puzzo di pakistano. Oh… mio cugino è pakistano. Beh, puzzo di mio cugino. Ma ecco che il treno arriva. Il biglietto. No oggi niente biglietto. No, oggi niente. Tanto è una fermata e se gli italiani non lo pagano perché dovrei farlo io. Oggi no, tanto non passa, non passa mai a quest’ora. Il cigolio dei freni e la puzza di plastica bruciata ferma quest’enorme carcassa lenta e stanca. Balvidner, Joginder e Narinder sono già lì. Seduti al piano di sotto. Mi hanno preso il posto. Mi fanno cenno. Tutti gli occhi si posano su di me, su di noi. L’aria condizionata non c’è più o non c’è mai stata. Tutti si svolazzano con ventagli creati da ritagli di giornali, documenti, libri di scuola. Davanti a me una ragazza in piedi, le faccio cenno di prendere il mio posto, gira gli occhi verso la sua amica, si copre con un foglio bianco e ride: sbarra gli occhi, accenna ad un conato di vomito. Così mi siedo affianco ai miei amici. Tutti ci guardano disgustati nascosti dietro colletti bianchi appena ingialliti dal sudore, da polo e magliette pezzate sotto le ascelle. Ma quello è il sudore di chi non lavora con le mani, è il sudore di chi sta seduto dietro una scrivania, di chi fa finta di studiare riempiendo le biblioteche univesitarie e nascondendosi dietro gli stati di facebook. Un vuoto intorno a noi, sembra che tutti debbano scendere alla prossima fermata. Il vagone è vuoto. Balvinder, Joginder e Narinder non volevano sedersi in alto, avevano adocchiato quattro posti e li hanno presi. Discutiamo ad alta voce, lo sanno che sotto non è per noi. Quelli come noi vanno sopra, di solito lì è più sporco e chi passa mormora “non sembra di stare in Italia”.

Tutti mi guardano. Si tappano le narici tanto è il fetore di vestiti lerci e consumati dalla terra calda. Le mie mani callose sono nascoste in una tasca rotta del pantalone.  Non sanno che se avesse potuto scegliere Fateem non avrebbe raccolto pomodori, broccoletti, zucchine, melanzane, zucche, spalato cacca di mucca e guadagnato due euro l’ora. Non sanno che così sporco non posso nemmeno pregare gli dei, non son degno. Non sanno o non vogliono sapere che quello che comprano si trova grazie al mio lavoro e quello dei miei amici. Non abbiamo scelto questo e non avevamo scelta.  Rientro a casa, Kairavi mi ha già preparato i vestiti puliti, i ragazzi sono fuori. Entro nella doccia e penso che forse sono pochi  i popoli al mondo che si lavano quanto gli indiani, perché da noi l’abluzione ha un significato religioso importante e noi siamo il popolo della religione, del sorriso e della danza. Mi spalmo dell’olio di cocco sulla testa, forse gli italiani sono solo invidiosi dei nostri capelli. Calvi loro, carenti di testosterone vittime di un machismo estinto negli anni. Bah. Mi inchino giungendo le mani di fronte a Parvati, Lord Siva e Ganesh. Il sapore acre dell’incenso arriva finalmente dentro di me. Recito le preghiere e ringrazio il grande e potente perché ho un lavoro, perché faccio del bene, perché sono un invisibile, perché la mia famiglia in India può vivere meglio. Ringrazio per il posto in cui mi trovo ora a vivere e a lavorare e mi scuso per gli italiani, per loro… gente non toccata dall’intelligenza, vittima dei cliché, ignorante. Mi scuso. Mi scuso per loro e per tutti quelli che credono ancora nelle differenze.

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